Dialetto: 9. All'interno di qualche altra espressione
locale
Osservazioni su alcune espressioni e modi di dire.
Al vår püsé un bal posu / ke ’na mika sot’al ghosu lett.:
vale di più un bel riposo che avere un panino sotto il gozzo.
‘Talvolta è meglio riposare che mangiare’.
Gh’e ‘ndåi a våka ind’i verdzi ‘la situazione ha preso una
svolta sfavorevole. Un disastro, senza possibilità di rimedio’.
Lett.: è andata la vacca nelle verze (e chi riesce a evitare lo
scempio della sua abbuffata?).
Gh'e poku da sfuiå verdzi. Letteralmente c'è poco da
sfogliare verze. Per dire che non è il caso di essere troppo
ottimisti, né di scialare. La verza ha tante foglie che sembra di
non arrivare mai all'ultima, al cuore. Si ha l'impressione di
abbondanza.
Katå i ghaleti. Letteralmente: sbozzolare, sfrascare.
Espressione legata alla coltivazione del baco da seta. Il Cherubini,
alla voce singolare galètta, riporta: “Gomitolo ovato che
il baco filugello tesse dintorno a se stesso per incrisalidarvisi, e
di cui l’uomo trae poscia la seta”. Mettere da parte i ghaleti
equivale ad avere raggiunto felicemente lo scopo della laboriosa
campagna. Fatto quello, arrivava il compenso. L’espressione Katå
i ghaleti, dunque, significa ‘guadagnare’, ‘conoscere un
momento favorevole e fortunato’. Terminologia: bachi, filugelli,
bigatti erano chiamati (plurale) i ka(v)aléi. Breve
fenomenologia del baco: tutto prendeva le mosse da cartine ricevute
dal padrone con sopra le larve (dette anche semi) del baco, a
sumεntsa di kaaléi. Il contadino riceveva larve (come misura si
parlava di ontsi) in proporzione al numero di gelsi che
aveva in affitto insieme alla terra da coltivare. In ambiente caldo
giusto, poi, l’insetto mangiava la foglia e cresceva. La foglia del
gelso (ul muon) veniva allo scopo ben trinciata e quella
sorta di tagliere utilizzato prendeva nome di a trieta, che
resta ancora adesso il nomignolo da rifilare a persona che parla
velocemente, a raffica. Così, sulla propria stuoia di cannette, il
baco cresceva. Cresceva e viveva meglio dei suoi allevatori che nel
frattempo preparano rami, le frasche, ul busku, tra le
stuoie messe in pila, una sopra l’altra, a distanza di alcune spanne
dove il bigatto saliva e si involveva nel bozzolo. Si faceva pian
piano crisalide (burdoku, ghaten) nel bozzolo
serico ispessito per avviarsi a trasformarsi in insetto perfetto,
“farfalla”, parpåia. La persona cagionevole di salute è
detta rišion. Detto termine usato non proprio come
complimento, è inscritto nel contesto della metamorfosi del baco.
Rišiuni – ricorda Cherubini – sono detti i bachi “che si
stecchiscono incrisalidando sulle stuoje, non salgono alla frasca e
vanno a male”. Altro termine (irriguardoso) preso dallo stesso
contesto è maršon colto dal Cherubini in riferimento ai
“bachi da seta anneriti o imputriditi per ribollimento”. Gialdon,
infine, denota una malattia del baco. Termine esteso con poca
finezza anche agli umani. Insomma, dopo tutto l’impegno profuso (ci
si è scordati di elencare altre operazioni come quella con lo zolfo
e con il fumo) e i rischi corsi, accantonare al sicuro i bozzoli non
era cosa di poco conto nell’economia povera dei nostri avi. Ogni
bozzolo ripulito era una gioia.
Kuann ke a léghua l’e ’n pe, tüti (a) i gha kuran a dre
‘quando con fatica si mette in pubblico qualcosa di rilevante (una
bella trovata, una faticosa scoperta), allora tutti si sentono
autorizzati a parlarne, a commentare. Come ne fossero loro gli
artefici’. Lett.: quando la lepre è in piedi, allora tutti la
rincorrono. E che facevano prima?
Kuann gh’e skapåå ’l puršell, / a i saran sü ’l stabiell,
lett.: (solo) quando è scappato il maiale, chiudono la recinzione,
‘a danno avvenuto si peritano di porre inutile rimedio’. Non si
poteva pensarci prima?
Pazå i pom designa l’abbiocco. È il beccheggiare col capo
che segna l’appisolamento. Oscillare come una bilancia che pesa
qualcosa.
Sül prüm kumincå ‘all’inizio’, lett.: sul primo
incominciare. L’espressione potrebbe tradurre anche il C’era una
volta.
Sü ültam finí ‘alla fine’, lett.: sull’ultimo finire.
Questa e la precedente erano espressioni tipiche usate a indicare la
posizione di una certa scena o situazione in uno spettacolo (film).
Vεsi un magnan. Giavini si pronuncia in questo modo:
“Calderaio, stagnino. Potrebbe derivare anche dal latino volgare
manianus (uno che lavora a mano), da manua, maniglia,
diventato poi manja. Ul spiritu dul Manìa,
spauracchio dei bambini, uomo nero (da manes, spiriti dei
morti). Marrone ricorda la madre dei Laria, Mania, quindi
divinità del regno delle ombre”.