Francesco Branca: quattro anni di
prigionia in Siberia
"Radio Mosca messaggio - Comitato Internazionale della Croce
Rossa.
Ginevra 4/5/1945.
Gentile famiglia Branca. La Croce Rossa Internazionale di
Ginevra a Roma ci informa di comunicarvi che il giorno 24/3/1945
Radio Mosca ha trasmesso il seguente messaggio a voi diretto dal
soldato Branca Francesco prigioniero in Russia.
Assicuro di godere ottima salute, ed invio saluti e baci
affettuosi.
Vogliate gradire anche i nostri distinti saluti. Comitato
Internazionale della Croce Rossa dei prigionieri di guerra ".
Il racconto di Francesco Branca
1941, chiamato alle armi di leva presso il Distretto di Monza,
subito destinato a Casale Monferrato in una caserma di
smistamento, infatti sono stato assegnato al 1° Artiglieria
d'Armata 24° Gruppo di stanza a Moncalvo, pochi giorni di
caserma arrivò l'ordine di partenza per la Russia. Si partiva
con il nostro attrezzamento verso la città di ASTI per
raggiungere la ferrovia e caricare tutto sul treno, e poi via
verso il Brennero, prima di passare la frontiera c'erano delle
piccole ITALIANE che distribuivano tre pere per ognuno di noi
soldati, poi il treno partì passando attraverso l'AUSTRIA e la
GERMANIA puntando verso la RUSSIA. Arrivati a un certo punto si
è dovuto cambiare il treno per la diversità di scartamento del
binario, che era più grande del nostro. Viaggiando notti e
giorni siamo arrivati alla città di STALINGRADO, puntando poi
verso la prima linea vicino al famoso fiume DON. Abbiamo
piazzato le batterie, che sono cannoni da 149/40 (in questi
cannoni la lunghezza è 40 volte il diametro della canna).
Abbiamo passato parecchi giorni in mezzo ai campi di girasole,
mentre nel periodo invernale si costruivano dei grandi buchi
sotto terra, si coprivano di legname e di fogliame, le notti si
passavano in queste buche. Mentre i cannoni RUSSI sparavano
verso di noi per distruggere le nostre batterie, con i nostri
cannoni si rispondeva colpo su colpo, davanti a noi c'era la
fanteria che teneva la prima linea, il nostro 24° gruppo era
autonomo, perciò era chiamato dove era più urgente, infatti
siamo stati richiesti di cambiare posizione con le batterie,
mentre si viaggiava per raggiungere la nuova posizione abbiamo
visto che la fanteria si ritirava e i carri armati russi
avanzavano, vista la brutta situazione abbiamo iniziato la
ritirata e siamo andati a finire in un paese chiamato Camnca. La
situazione peggiorò e i nostri ufficiali diedero l'ordine di
abbandonare i nostri cannoni dopo avere tolto gli otturatori,
infine diedero l'ordine «SI SALVI CHI PUO'». Tutto questo è
avvenuto dopo che i nostri comandanti sono stati avvertiti dal
generale che eravamo CHIUSI da una grande sacca escogitata dai
RUSSI e che non si poteva più uscire. Questo è stato il giorno
più sconvolgente che mi è rimasto impresso e che non
dimenticherò mai, quando è stato lanciato il grido "Si salvi chi
può" è successo il finimondo, gli automezzi della sussistenza
hanno scaricato tutti i viveri in mezzo alla piazza, c'erano
delle forme intere di formaggio che rotolavano, e bottiglie di
cognac, ma nessuno più pensava a queste cose. Il colpo ricevuto
è stato molto forte, tutti si disperavano, gli ufficiali
piangevano con il pensiero di non poter più ritornare in ITALIA,
e pensando alle mogli e figli lasciati. In quel periodo il
comunismo era spietato ed era il nostro nemico, mentre noi
eravamo tutti fascisti. Tra di noi si discuteva su che cosa
poteva succedere, avevamo lo stesso pensiero che prima o poi ci
avrebbero uccisi tutti, tutto questo succedeva mentre per terra
c'era mezzo metro di neve e ghiaccio, in queste condizioni
abbiamo camminato per tre giorni e notti verso una possibile
uscita da questa sacca, arrivati al limite della chiusura un
comandante graduato sconosciuto si mise alla testa di tutti noi
che eravamo diverse migliaia, questo sconosciuto suggeriva di
aspettare la notte per tentare di uscire dalla sacca, abbiamo
aspettato diverse ore ma prima che arrivasse la notte arrivò un
carro armato russo che sparò con la mitraglia sopra le nostre
teste, noi ci siamo sdraiati per terra, dal carro armato usci
una persona che disse di abbandonare le armi e mettersi in fila
per cinque, e poi disse io sono di SALERNO e sono in Russia da
molto tempo. Se vi mettete bene in fila vi porteremo al campo di
concentramento, e cosi abbiamo formato una colonna lunghissima e
abbiamo incominciato a camminare sempre sulla neve, accompagnati
dai soldati RUSSI a cavallo, abbiamo camminato tredici giorni e
notti senza mai fermarci. Il sistema era: quando si raggiungeva
un paese i soldati tornavano indietro e prendevano posto quelli
del paese raggiunto. Durante questi giorni di marcia forzata per
raggiungere la ferrovia sui margini della strada si vedevano dei
morti mitragliati e distesi sulla neve in gruppi di venti o
trenta soldati che non hanno potuto mettersi in colonna. Per
fortuna quando si attraversavano i paesi c'era sempre qualche
donna con un pane molto grosso ed un coltello che tagliava delle
fette e distribuiva mentre noi si passava, quando le guardie si
accorgevano la sgridavano e la mandavano via. In quel periodo
noi eravamo poveri, infatti sono partito per la Russia senza un
centesimo in tasca, mentre si è visto che i russi erano più
poveri di noi, quando qualche donna si poteva avvicinare di
nascosto chiedeva il sapone, il pettine, o fazzoletti, si è
capito che loro non avevano proprio niente. Finalmente siamo
arrivati in un grosso paese e la colonna si è fermata circa
dieci minuti, i soldati RUSSI si approfittavano per requisire
orologi, anelli, temperini, stilografiche, tutto quello che
trovavano, e controllavano chi aveva i capelli biondi, lo
facevano parlare e capivano se erano tedeschi li uccidevano
all'istante, e sono stato interrogato anch'io perché avevo i
capelli castani ma parlavo ITALIANO e c'erano degli amici che mi
hanno aiutato a spiegare che non ero TEDESCO. Durante questo
continuo camminare c'erano molti di noi che non ce la facevano
più a camminare, si fermavano e si sedevano sulla neve, passava
il soldato RUSSO e gli sparava un colpo alla nuca. Mentre
ufficiali e graduati hanno cambiato la divisa con quella di
soldato per paura, e qualcuno di loro si è tolto la vita per non
sopportare di essere degradato, e fatto prigioniero dai RUSSI, e
dal comunismo. Durante tutto questo camminare non si pensava
alla fame per la paura di essere uccisi, finalmente arrivati
alla ferrovia dove c'era un treno con vagoni per trasporto
bestiame, siamo saliti su questi vagoni e abbiamo viaggiato
parecchi giorni stipati a trenta per vagone, non c'era spazio
per muoversi, e così molti sono morti congelati, specialmente i
meridionali che non erano abituati al freddo. Arrivati in
SIBERIA davanti al campo di concentramento, pochi sono stati in
grado di scendere dal treno; i soldati RUSSI hanno dovuto
trascinarli fino all'entrata del campo, fra i quali c'erano dei
morti. Il comandante controllava il numero dei vivi che
entravano, mentre i morti venivano spogliati e buttati in mezzo
al campo. E' così che iniziava la vita da prigioniero nel campo,
dove c'erano dei capannoni con dei castelli di legno pieni di
cimici, con un freddo polare e affamati, si viveva mangiando
ghiaccio e neve, alla notte si dormiva completamente vestiti e
con le scarpe, per il fatto che i primi giorni rubavano di
tutto, eravamo diventati come impazziti, tra di noi si rubavano
indumenti, scarpe e il berretto militare appena uno si
addormentava. Al mattino presto le guardie RUSSE venivano nelle
baracche a svegliarci e farci uscire in mezzo al campo per la
conta dei prigionieri, il comandante aveva l'ordine che il
numero doveva essere sempre esatto, al mattino quelli che
mancavano all'appello erano morti durante la notte, i soldati
russi li trascinavano fuori per verificare che tra vivi e morti
il numero risultasse esatto. Intanto i morti venivano spogliati
e buttati in mezzo al campo, cosicché giorno dopo giorno si
formava una catasta di morti congelati e spogliati. Questa vita
durò parecchio tempo, da mangiare ci davano un mescolino di
acqua e farina, era tanto come un bicchiere, i primi a morire
erano i più grossi e robusti. Durante la distribuzione di questo
cibo era una tragedia perché veniva fatta con un barile e doveva
essere abbastanza per tutti, mentre gli ultimi potevano rimanere
senza, e così, presagendo di rimanere senza, davano assalto al
barile e tutto si rovesciava, il soldato russo se ne andava
dicendo: "Arrangiatevi". Fra noi c'erano degli uomini molto
robusti e soffrivano la fame più degli altri, scavavano sotto la
neve, prendevano le radici di erba, le pulivano e le mangiavano
ma il giorno dopo erano morti, il comandante subito faceva
l'adunata in mezzo al campo, e diceva che mangiare erba si
muore. A questo punto devo dire che avevo quattro amici
conosciuti da militare che si chiamavano: Cairati Francesco di
INVERUNO, Carrera di CANEGRATE, Asti di MILANO e Deliso di ROMA,
due di questi sono morti nei primi mesi passati al campo (ASTI e
DELISO). A proposito di Cairati durante la distribuzione del
cibo si accorse che non era abbastanza per tutti, si buttò con
la testa nel barile, la guardia se ne andò, quando uscì dal
barile era tutto impastato di cibo, tutti cercavano di togliere
per mangiarlo. Continuando con questa situazione i morti
aumentavano spaventosamente, vista la brutta situazione il
comandante si decise di lasciare a noi la facoltà per la
distribuzione del cibo, tra di noi c'erano degli ufficiali che
si celavano per paura, in quel periodo la paura era da tenere
sempre presente, perché non si sapeva cosa poteva succedere,
visto che i russi avevano lasciato a noi la possibilità di
organizzarci all'interno del campo, allora i nostri ufficiali si
misero in luce, uno di loro prese il comando, il comandante
russo metteva a disposizione la farina, mentre noi si doveva
procurare l'acqua, si è dovuto formare una squadra per
raccogliere la neve, farla sciogliere e bollire con la farina
per essere distribuita, la situazione migliorava per il fatto
che i prigionieri morivano e la razione del cibo aumentava.
Passava qualche anno in queste condizioni, così si incominciò a
formare le squadre per andare al lavoro fuori dal campo,
all'uscita c'era la guardia che contava quanti ne uscivano e al
rientro li ricontava, sempre accompagnati dalle guardie con i
fucili. Durante questo periodo che si lavorava ci davano un
pezzo di pane scuro di circa due etti, però bisognava
raggiungere la norma sul lavoro che era stabilita dai russi,
niente norma niente pane. Una volta al mese veniva una
dottoressa che controllava le condizioni dei prigionieri, per
distinguere a che categoria di lavoro dovevano essere disposti,
il lavoro consisteva nel tagliare la legna nel bosco per i
lavori pesanti, e in fabbrica per i lavori leggeri, in questo
laboratorio si costruivano zoccoli, cucchiai e scodelle in
legno, la norma era per cinque paia di zoccoli al giorno, però
al mattino si doveva andare nel bosco a prendere un tronco di
legno lungo abbastanza per costruire cinque paia di zoccoli e
portarlo in fabbrica sulle spalle, faceva un male insopportabile
e la strada era molto lunga, circa un chilometro, si facevano
cento metri sulla spalla sinistra poi si passava alla spalla
destra, in questi momenti veniva la voglia di buttare via tutto,
ma poi al campo c'era la prigione per chi si rifiutava di
obbedire, chi andava in quella prigione restava tre giorni senza
cibo, per forza si doveva resistere pensando che un giorno la
guerra finirà. Nel pomeriggio in fabbrica si tagliava il tronco
in cinque pezzi con attrezzi da falegname, e prima di sera si
doveva costruire cinque paia di zoccoli, prima di uscire dalla
fabbrica si passava dal tecnico russo che controllava con la
dima che ci aveva consegnato al mattino. Prima di uscire dal
campo per il lavoro la guardia russa ci raccomandava che se
qualcuno si dovesse perdere nel bosco o se tentasse di fuggire,
deve subito cercare di rientrare nel campo altrimenti se passa
la notte fuori si considera morto, il freddo in Siberia non
perdona. Durante la prigionia mi sono reso conto che una cosa
banale può salvare la vita, il fatto è che per la mia natura di
essere molto pallido mi sono salvato forse, per la semplice
ragione che tutte le mattine le guardie cercavano uomini per
formare una squadra da mandare nel bosco a lavorare, sceglievano
i più robusti, io non sono mai stato scelto. Andare nel bosco a
lavorare con quindici gradi sotto zero mal nutriti e mal vestiti
era mettere in pericolo la vita per congelamento. Durante i tre
giorni che si camminava per uscire dalla sacca, sul ciglio della
strada abbiamo trovato centinaia di automezzi tutti rovesciati,
erano carichi di pacchi che i nostri genitori avevano spedito
per NATALE, era tutto abbandonato e gli autisti fuggiti, era la
vigilia di NATALE DEL 1942. In questi pacchi ho trovato due
scatole di pomata anticongelante, mi è sembrato di aver trovato
una fortuna, ho subito spalmato i piedi con questo unto, forse
per questo non ho avuto nessun congelamento. Tornando a
raccontare, nel campo n. 58 c'era l'ordine che non si doveva
uscire al lavoro quando il termometro segnava oltre i venti
gradi sotto zero, una volta al mese, sempre di notte, c'era la
disinfestazione per gli indumenti, le guardie entravano nelle
baracche, ci facevano spogliare nudi e portavano via tutti gli
indumenti, li portavano in una casupola con una stufa a muro, la
facevano funzionare in modo da raggiungere una temperatura
abbastanza per far morire cimici e pidocchi, durante guesto
tempo che si doveva restare nudi ci mandavano in un'apposita
baracca dove c'erano dei secchi pieni di acqua per potersi
lavare, la disinfestazione durava parecchie ore, mentre noi
eravamo nudi ad aspettare c'era sempre qualcuno che si sentiva
male e cadeva per terra, ci si aiutava tra di noi, quando gli
indumenti erano pronti li portavano in mezzo al campo e ognuno
doveva scegliere i suoi. Mentre il tempo passava si andava verso
i mesi più caldi, sciogliendosi la neve per terra rimaneva una
fanghiglia, si sviluppavano delle grosse zanzare, all'interno
delle baracche c'erano cimici e pidocchi, la notte non si poteva
dormire, per non essere punti da questi insetti schifosi si
cercava di dormire all'aperto, ma le zanzare erano tanto grosse,
ci costringevano a coprirci la testa con la giacca, le loro
punture provocavano la malaria, molti prigionieri ci hanno
lasciato la pelle per questa malattia. L'acqua dei pozzi si
poteva prendere con le mani, era solo a mezzo metro dal terreno.
Un giorno il comandante russo decise di consegnare del pesce
salato in più della razione di farina, si è pensato che il pesce
andava bene come sostanza, ma ci ha creato dei problemi, dopo
mangiato il pesce ho bevuto l'acqua del pozzo, il giorno dopo mi
sono gonfiati i piedi e le caviglie in modo che ho dovuto tenere
le scarpe slacciate per una decina di giorni, per fortuna avevo
solo vent'anni, piano piano sono diventati ancora normali. Al
mattino tutti si lavavano con l'acqua del pozzo, c'erano dei
secchi di legno pieni, ogni secchio ci si lavava in cinque,
successe che tutti i prigionieri si sono ammalati gli occhi,
sembrava che tutti avessero una maschera nera; visto che le cose
si mettevano male, il comandante decise di andare nel campo dei
prigionieri tedeschi che si trovava a venti chilometri, dove
c'era un colonnello tedesco medico oculista, lo fece venire nel
nostro campo, gli disse che doveva farci guarire tutti al più
presto, dopo una breve visita ci disse che avevamo la malattia
del tracoma causata per aver lavato la faccia nel secchio con
l'acqua del pozzo, poi disse di procurare una certa polvere
d'argento, hanno dovuto fare richiesta a MOSCA, passati un pò di
giorni arrivò la medicina richiesta, e così tutte le mattine
c'era la medicazione, è durata parecchio tempo, alla fine siamo
guariti quasi tutti, per questo fatto abbiamo dovuto lavare la
faccia con la neve. Un certo giorno il comandante si decise di
fare sotterrare tutti i morti che stavano accatastati in mezzo
al campo, i boscaioli hanno scavato delle buche grandi come una
casa, e tutte riempite con questi morti congelati, poi si
metteva un pò di calcina e coperte le buche, si metteva un
cartello con il numero dei morti per ogni buca. Una volta al
mese veniva la dottoressa russa per la visita, uno per volta ci
faceva spogliare nudi, sceglieva quelli più deboli e ammalati, e
dopo qualche giorno ci mandarono all'ospedale fra i quali c'ero
anch'io, avevo preso un'intossicazione che mi ha creato dei
foruncoli sulla schiena, anche lì c'erano dei castelli di legno,
durante questo ricovero tutte le mattine c'era la medicazione,
consisteva nel togliere i foruncolini con la pinzetta e poi
mettevano tintura di iodio, questo lavoro era fatto dalle
infermiere. Con queste cure la maggior parte di noi sono
guariti, mentre gli altri che avevano delle malattie ai polmoni
venivano messi in un reparto speciale, tutti quelli che andavano
in questo reparto erano considerati morti, non tornavano più
indietro, mentre noi che siamo guariti abbiamo fatto conoscenza
con le infermiere, che erano tutte signorine, al mattino
venivano le dottoresse per le visite, mentre nel pomeriggio
portavano uno strumento che si chiama balalaica, uno tra noi
sapeva suonare, e così in mezzo alla sala si ballava con le
signorine, mentre una della infermiere stava di guardia alla
porta d'entrata, per controllare se arrivasse qualche dottoressa
all'improvviso. In questo periodo di ospedale abbiamo passato
delle buone giornate, si pensava che il tempo brutto fosse
finito, non è stato così perché un giorno arrivò l'ordine di
ritornare al campo n. 58 con un treno speciale, all'interno dei
vagoni c'erano delle gabbie di ferro molto basse, erano per
trasporto animali come tigri e leoni, invece abbiamo dovuto
entrare noi in cinque per ogni gabbia, abbiamo viaggiato due
giorni in queste condizioni con la testa abbassata e senza
muoverci per mancanza di spazio, ci accompagnava un infermiere
che ci raccomandava di portare pazienza, diceva che le guardie
avevano paura che qualcuno poteva fuggire dal treno, mentre si
viaggiava tra di noi si parlava di queste gabbie per capire a
che cosa dovevano servire e siamo arrivati ad una conclusione,
che sono state create dal comunismo per trasportare prigionieri
politici avversari. Quando siamo arrivati al campo siamo usciti
dalle gabbie avevamo le gambe paralizzate, c'è voluto un lungo
tempo per poter camminare di nuovo. Visto che non ci hanno
uccisi quando siamo stati fatti prigionieri, si è incominciato a
pensare che stavano adottando un sistema di farci morire senza
ucciderci, per mancanza di cibo, in quel periodo il comunismo
era molto pericoloso, noi eravamo tutti fascisti per loro, la
verità è che in ITALIA siamo ritornati in pochissimi. Il tempo
non passava mai, c'erano delle voci che circolavano tra di noi
che la guerra andava verso la fine, intanto si continuava a
costruire zoccoli, cucchiai, scodelle e ruote di legno, una
volta al mese arrivava la Transiberiana, portava la farina, e
portava via tutte le zoccoli e altre cose di legno. Finalmente
un bel giorno arrivò l'ordine di essere rimpatriati, da Mosca
arrivò un capitano russo che si chiamava Capuschi, ci diede un
documento come lascia passare, che io conservo per ricordo, in
quel momento sembrava che il tempo si fosse fermato, i giorni
sembravano settimane, questo treno non arrivava mai. Intanto che
eravamo in attesa arrivò la commissione russa che prese nomi e
indirizzi di alcuni di noi tra i quali c'ero anch'io, si è
saputo poi che hanno mandato un messaggio per RADIO MOSCA, il
messaggio è stato ricevuto a Roma dalla Croce Rossa, hanno
mandato una lettera con il messaggio a casa mia, anche questo
documento lo tengo di ricordo, una maestrina del paese di
Bienate ha sentito il messaggio alla radio con il mio indirizzo,
è andata dai miei genitori a dire che ha sentito il messaggio e
che stavo bene. Finalmente il treno arrivò con tanti vagoni per
trasporto bestiame ma senza gabbie, prima di partire c'è stato
un raduno generale di tutti i prigionieri ITALIANI, l'ufficiale
russo ci disse che con il documento di lascia passare si poteva
salire su qualsiasi treno che andava verso l'ITALIA. Quando il
treno partì eravamo liberi, non più controllati dai russi,
eravamo tutti contenti, però non c'era più nessuno che ci dava
qualcosa da mangiare, la strada per arrivare in Italia era molto
lunga, ogni volta che il treno si fermava il capo treno
avvertiva che stava fermo qualche ora, così si andava nelle case
a chiedere qualcosa da mangiare, una donna mi ha dato delle
croste di pane con la muffa; visto che era inutile andare per le
case, sono andato nei campi in cerca di patate, si trovavano
delle piccolissime patate che i russi hanno lasciato nel terreno
durante la raccolta, poi sul treno con una latta si facevano
cuocere mentre il treno viaggiava. Quando sono arrivato in
Italia ero ridotto ad uno scheletro, con la giacca che mancava
tutto il davanti, e le scarpe rotte che mi uscivano le dita,
quando sono sceso dal treno c'erano giornalisti e fotografi,
hanno voluto fare delle foto alle scarpe con le dita che
uscivano. Poi mi hanno indicato un posto dove c'erano gli
americani che avevano un magazzino per rifornimenti, mi hanno
dato un paio di scarpe ed un vestito nuovo, era il 1946. Nel
campo n. 58 ci sono stati migliaia di morti tutti spogliati
nudi, gli indumenti e le scarpe li portavano via i russi come
bottino di guerra, mentre noi eravamo con i vestiti a brandelli.
Ritornato in ITALIA subito ricoverato in ospedale a MERANO, dopo
una breve visita hanno visto che sui fianchi avevo due grandi
macchie scure, causate per aver dormito quattro anni sulle
tavole di legno, ci sono voluti diversi mesi prima che
scomparissero, mentre per il cibo ci sono voluti degli anni per
imparare a mangiare, avevo molta fame ma il cibo non andava giù,
a causa dell'organismo che era diventato troppo magro. Scrivendo
mi sono accorto che per raccontare un fatto successo bastano
poche righe, mentre per chi ha subito sulla propria pelle è una
cosa molto diversa, per questo bisogna tenere sempre presente
questa regola. Rientrato in Italia sono stato ricoverato nel
Grand Hotel Meranerhof appositamente creato come ospedale per il
rientro dei prigionieri, e le infermiere erano tutte
ragazze-madri, in attesa che qualcuno di noi avesse perduto la
famiglia a causa dei quattro anni senza notizie e passati per
dispersi, erano disponibili per formarsi una possibile famiglia.
Infatti diversi meridionali che sono andati a casa e subito
ritornati all'ospedale per formare una famiglia con una delle
ragazze madre, la causa è che la moglie si era risposata perché
il marito è stato dato per disperso, dopo tre anni di assenza di
notizie.
Coincidenze
Mentre mi trovavo in un paese russo chiamato Frolovca, eravamo
in attesa di ordini, ad un tratto si è visto che i carri armati
russi avanzavano e la fanteria si ritirava, in quel momento ho
visto un soldato con un fucile che attraversava i campi in
ritirata, gli ho chiesto dove andava, mi ha risposto che la
fanteria ha ceduto e stava scappando, in quel momento ci siamo
conosciuti, era Giovanni Pravettoni, residente a Dairago.
Un giorno mi trovavo in un campo di girasole dove eravamo
accampati, mentre stavano distribuendo il rancio, mi sono
accorto che un sergente nuovo era stato aggregato al nostro 24°
gruppo, e stava contando perché era stato aggregato a noi, in
Italia faceva l'autista, e tutte le volte che usciva dalla
caserma con la macchina trovava il modo di vendere la benzina,
lo hanno beccato e spedito in Russia, rimpiangeva la caserma in
Italia dove aveva degli amici tra cui un certo signor Branca che
era attendente del colonnello, gli ho detto che era mio
fratello.
Riflessione
Nell'ultimo anno di campo di concentramento le guardie russe
hanno saputo che riparavo orologi, parecchie volte sono venuti a
prendermi per portarmi nelle case dei russi per riparare orologi
che avevano requisito a tutti noi prigionieri, in compenso mi
davano un pezzo di pane ed una piantina di tabacco. Forse sarà
stato per questo che quando è venuta una commissione che doveva
scegliere qualcuno per mandare dei messaggi in Italia per Radio
Mosca hanno dato il mio nome |